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Selina de Filippo

Un giorno in un corso all’università con un grande Maestro, lui ci raccontò questo aneddoto:

“Una volta, sono andato a vedere Eduardo de Filippo a teatro. Era ormai vecchio e stanco. Uno degli ultimi Natale in casa Cupiello della sua carriera. A metà del secondo atto lui si ferma perchè ha un vuoto di memoria. Alza la testa, guarda il pubblico e una lacrima scende silenziosa sul suo volto. Tutti si alzano in piedi, iniziano a battere le mani come se fosse arrivato una divinità e lo acclamano a gran voce. Poi dalle quinte un giovane di scena gli passa la battuta e la piece va avanti. Sono tornato a casa con il cuore gonfio di emozioni.

Il giorno dopo, per la bellezza dello spettacolo e la bravura della compagnia sono tornato a vedere lo stesso spettacolo.

Solo che, a metà del secondo atto, alla stessa battuta del giorno prima, lui si ferma perchè ha un vuoto di memoria. Alza la testa, guarda il pubblico e una lacrima scende silenziosa sul suo volto.

Io non ci ho letto cattiveria, ma un grandissimo talento che ha trovato un altro modo per emozionare il pubblico e lo ripropone come se fosse un pezzo da copione” (Ferruccio Di Cori)

Ecco, questo è più o meno quello che succede la mattina portando Selina all’asilo.

Stamattina l’ho portata in macchina.

Per tutto il viaggio abbiamo cantanto, passando da Whisky il ragnetto a il coccodrillo come fa.

Sembrava tutto normale.

Poi siamo arrivati al cancello.

Se ci fosse stato cerbero a tre teste davanti l’ingresso dell’inferno avrebbe avuto senso disperarsi.

Invece il grande giardino e i bambini che giocano divertiti non fa pensare ad attimi di panico.

Selina no.

Per Selina è l’antro dell’abisso, un luogo dove fuggire per tornare tra le braccia paterne.

La lascio al maestro che la prende in braccio mentre lei scalcia e urla.

“Papà!!! Noo… Voglio aspettare papà!!”

Il maestro mi fa cenno di andare.

Mi giro e vado dritto fino alla macchina.

Oggi è più difficile degli altri giorni.

Mi fermo un attimo e giuro, mi scende una lacrima.

Mi si chiude lo stomaco e penso: io la vado a riprendere, la porto a casa e la faccio uscire a 23 anni.

Prendo il telefono e scrivo un messaggio ai maestri chiedendo di farmi sapere se e quando sarebbe stata tranquilla, per poter stare tranquillo anche io.

Non faccio in tempo ad uscire dal parcheggio che mi arriva una foto.

Selina salta e sorride insieme agli altri bambini.

Faccio uno sforzo per capire se è di oggi la foto.

Mi sembra sia vestita uguale.

Capelli legati uguali.

Scrivo ai maestri: ma come è possibile?

Loro mi dicono: fa sempre così, appena te ne vai finisce il pianto.

Io non ci leggo cattiveria.

Al di la di essere figlia di due attori, ci leggo un male per il distacco dai genitori.

Lo spezzare il legame con il padre.

Solo che vaffaxxxlo perchè non ridi e giochi anche quando sto per andare via invece di farmi prendere un infarto ogni mattina?

Ti amo Selina, ma sappi che se domani mattina rifai la stessa scena madre, ti mando a casa a piedi

(scherzo…. forse)

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ALLA RISCOSSA!

ALLA RISCOSSA!

Premetto che sto dormendo da un po’ perchè Selina la notte si sta assestando.
Quindi di conseguenza ho molto tempo da perdere.

Detto questo, c’è un cartone che vede Selina e che mi diverte molto.
Si chiama Squadra della Giungla.
In realtà lei non lo vede tantissimo, sono io che mi metto li e lo guardo dicendo: “Uh amore, vedi? C’è la giungla. Guardiamolo insieme”.
Poi lei si mette a fare le costruzioni e io resto incollato alla tv.
Comunque c’è questo gruppo improbabile di animali che salva la giungla da una serie infinita di pericoli.
Sembra come Jessica Fletcher, in un paesino minuscolo muoiono miliardi di persone.
Qui in un’isola deserta ogni volta succede qualcosa di catastrofico.
La squadra è composta da un pinguino che si crede una tigre.
Si, un pinguino che si crede una tigre.
Tanto è vero che si tinge di arancione per sembrare una tigre.
Ed è campione di kung fu.
Va beh.
Poi c’è suo figlio adottivo, un pesce dentro una ampolla.
Anche lui si tinge per sembrare una tigre.
Aspe, non è finita.
C’è un gorilla enorme che picchia tutti, un pipistrello donna che ha paura del buio e vive solo di giorno e un coso strano con gli occhi enormi e mille tic che ho scoperto ora essere un tarsio.
Ora non credevo esistessero i tarsi (come sarà il plurale? Tarsii?), ma soprattutto non credevo lo mettessero in un cartone animato.
Riprendendo però la premessa iniziale, volevo sapere dov’era ambientato questo cartone.
Cerco su internet ma nessuno ne parla.
E allora inizio una piccola ricerca.
Scrivo “isole del mondo” ed escono milioni di isole e isolette.
Poi restringo il cerchio e scrivo “isole vulcaniche nel mondo” e qualcosa si muove, anche se continuano ad essere troppe.
Allora provo al contrario.
“Pinguini che possono vivere su un’isola vulcanica”.
E scopro che il capo della squadra della giungla è uno Spheniscus demersus, ossia un pinguino dai piedi neri che può vivere su un’isola vulcanica e che generalmente si trova in sud africa.
Ok, abbiamo un’area un po’ meno vasta del mondo intero.
Mi frega però una cosa: cerco l’habitat del tarsio, ma scopro che vive solo nelle filippine o nel sud est asiatico.
Accidenti.
Crolla tutto.
Ma non demordo.
Cerco isole vulcaniche disabitate sud africa.
Ne esce una, con conformazione identica a quella della sigla del cartone.
Si chiama Tristan da Cunha, (da leggere con musica di super quark, n.d.r.) un remoto arcipelago dell’Oceano Atlantico meridionale che della sua isola principale. È distante 2431 km da Città del Capo e 3415 km da Montevideo.
Appartiene al territorio britannico d’oltremare di Sant’Elena, situata 2172 km più a nord.
L’arcipelago di Tristan da Cunha è composto dall’omonima isola principale (98 km²) e da una serie di isole disabitate: l’Isola Inaccessible, le Isole Nightingale e l’Isola Gough (situata a 395 km a sud est dell’isola principale).
La cosa bella è che sull’isola sono presenti pinguini, scimmie e pipistrelli.
Mi manca sto cavolo di tarsio.
Ma anche in questo caso viene in mio aiuto l’amico Wiki.
Scopro che nel 2011 una nave piena di animali esotici proveniente da oriente è affondata vicino la costa dell’isola, riversando in mare il petrolio del motore e ovviamente gli animali presenti dentro.
Ed ecco qui la squadra della giungla al completo!
Ora, tutto questo non posso raccontarlo a Selina, ma neanche alla mia signora che mi potrebbe dare del pazzo.
Ma non sono pazzo.
Ho solo un po’ di tempo da perdere perchè finalmente sto dormendo.
Ok, sono pazzo, ma ora non ditemi che non vi ha incuriosito questa storia.
No?
Certo, se ve la raccontava Alberto Angela allora si.
Come dite?
Sto parlando da solo?
Ok, allora sono veramente pazzo.

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Guardami papà

Da un pò di tempo a questa parte Selina richiama la mia attenzione.
Costantemente.
Continua a dire: “Guanda (la R è ancora problematica) papà”
Per tutto.
Ogni singola cosa che fa, dal fare le costruzioni al salire sul divano è uno show personale.
All’inzio era un piacere infinito, mia figlia che chiama me per sentirsi dire che è brava.
Poi però subentra la noia.
Lei va in loop su alcune cose, ma pretende la stessa identica attenzione della prima volta.
Io invece dopo un pò inizio a scemare di volontà.
Mentre invece lo so che è un modo per dire che mi vuol bene.
E’ la sua forma di affetto, il suo dire: papà, non so fare altro se non imparare da te, ti piace quello che faccio?
E’ veramente difficile stare sempre sul pezzo, esaltarsi per ogni singola cosa e ripetere questa operazione 30 volte in mezz’ora.
Ma di questo si tratta.
Di attenzioni.
Siamo artefici della creazione dei nostri figli, della loro autostima, del sapere che c’è qualcuno che li guarda e li asseconda.
Non è tanto il fare la costruzione, ma il sapere che papà c’è sempre; pensare che ad ogni conquista ci sarà qualcuno a dirti bravo, continua così, ancora un passo, uno solo, l’ultimo.
A non sentirsi soli.
A non dover combattere contro i mostri che abbiamo dentro, che non ci fanno sentire all’altezza di quello che facciamo.
Perchè quando da piccoli abbiamo detto: papà, guarda che faccio.
La risposta è stata: si, ti sto guardando.
Mentre leggevano il giornale.
Sembrano piccole cose, minuscole, insensate.
Ma è ora che si mettono le basi per quello che saranno, per l’uomo e la donna di domani.
E allora faccio un bel respiro, lascio il pc e quando mi dice: “guarda papà”, io la guardo intensamente e con il mio sorriso più grande dico: “ma sei bravissima”.
Anche se è la 32° volta che fa la stessa cosa.

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Chi porta a spasso chi?

CHI PORTA A SPASSO CHI?
Arriviamo al parco.
Bello, attrezzato, con tanti giochi.
C’è uno scivolo per i piccoli, uno per i più grandicelli e poi c’è quello enorme.
Ci sono le altalene.
C’è un percorso dove si passa in un tubo, poi per le scale e giù dalla corda.
Insomma c’è un po’ di tutto.
Arriviamo al parco e Selina inizia a giocare con i sassolini per strada.
“Amore, guarda, c’è l’altalena”
“Uh, papà, guarda belli sassi”
“Si amore, sono belli, ma non vuoi fare lo scivolo?”
“Ecco qui, uno per papà”
E mi da un sasso.
Cerco di tirarla su ma lei è saldamente ancorata a terra con la volontà di dividere i sassi più grandi da quelli più piccoli.
Poi mi fermo.
E ci penso.
Perchè dovrei portarla via?
Siamo venuti per giocare, e lei sta giocando.
Perchè a volte ci incastriamo nel dover far fare ai nostri figli qualcosa?
Forse perchè vorremmo farla noi?
Vedo mamme dire ai figli: dai basta giocare con lo scivolo, andiamo sull’altalena.
E bambini piagnucolare solo perchè non sanno dire: perchè non posso stare qui?
Intanto Selina gioca con i sassi come pollicino, spargendoli tutto intorno a lei, e ride.
Proiettiamo su di loro una nostra volontà, credendo di fare il loro bene non ascoltiamo quello che vogliono.
Compriamo per loro bambole e macchinine e li vediamo giocare con le scatole.
E buttiamo le scatole, togliendole dalle loro mani, perchè “ora te l’ho comprato, giocaci”.
Ma se invece il gioco fosse più semplice?
Se tutto fosse più facile?
Alla fine una bambola è una bambola, una scatola invece è un mondo di cose.
Può diventare un casco da astronauta, una macchina, una capanna, un dinosauro.
Una altalena è divertente, ma vuoi mettere con i miliardi di sassi tutti diversi che ci sono qui intorno?
Ci manca l’ascolto, sentire cosa vogliono e non imporre cosa vorremmo.
Non si tratta di “io so cosa è meglio per mio figlio”, non parlo di regole di vita.
Ma di semplice gioco.
E in questo i bambini sono maestri.
E la regola è una soltanto:
Si gioca, ma si gioca seriamente.
p.s.: se ti è piaciuto, ti va di condividerlo?

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Due anni

Due anni.
Due anni nella nostra vita.
Due anni di insonnia, risate, cacca, pappe, lacrime, emozioni, ninne e abbracci.
Due anni di te.
Auguri amore mio.

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Che pensi?

Ero nei miei pensieri.
Stavamo facendo le costruzioni io e Selina.
Ad un certo punto lei mi guarda e dice:
“Papà, che cerchi?”
All’inizio non capivo.
“Niente amore, stiamo giocando”
Mi guarda meglio e ribadisce.
“Che cerchi?
Poi ho capito.
Mi stava chiedendo a che pensi?
Ma non sapendolo dire ha cercato la formula più vicina.
Anche se devo dire che così suona decisamente meglio.
Che cerchi? Cerco pensieri amore mio.
#selina

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Il cellulare di papà

Ero al parco con #Selina.
Lei sull’altalena.
Io dietro a spingerla.
Una immagine simile a tante altre li intorno a me.
Poi le sento dire: “papà, metti giù telefono”
“Scusa amore?”
“Papà, metti giù telefono”
All’inizio non capisco.
Poi guardo in basso e ho in mano il cellulare.
Cosa stavo facendo?
Non me lo ricordo.
Una mail? Uno status su fb?
Mi guardo intorno e vedo una immagine simile intorno a me.
Tanti figli che giocano, tanti genitori che guardano il cellulare.
Ho avuto un brivido.
Perdiamo un tempo infinito a scorrere le immagini della vita degli altri e ci perdiamo la nostra in un mondo che non esiste.
Dimentico di spingere mia figlia perchè sono intento a farle una foto da postare sul gruppo dei nonni.
E’ veramente più importante sapere cosa ne pensa dei vaccini uno che mi sta anche francamente sulle palle, piuttosto che ascoltare la risata di mia figlia?
Scrivo alla mia signora e ai miei genitori.
Tolgo internet.
Per le emergenze, chiamate.
Ma solo per le emergenze.
Per tutto il resto, ora non ho tempo.
Sono con mia figlia.

Ps: questo post è stato scritto durante il suo pisolino del pomeriggio, quando si sveglierà andremo a fare una passeggiata.

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Papà? È al lavoro.

Io lavoro la sera.

Esco alle 20.00 da casa perché insegno teatro.

E alle 20.00 Selina ha finito la pappa ed  è in fase pre ninne.

È li che gioca con le costruzioni,o guarda peppa pig alla tv e io mi metto la giacca per uscire.

Lei allora si alza, mi corre incontro e dice: “papà?”

“Dimmi amore”

“Ciao”

Che è la sua parola per dire un po’ tutto.

“Papà va a lavorare, ma torna presto.”

E la bocca inizia a scendere formando una piccola U al contrario.

Interviene la mamma.

“Dai amore, andiamo a giocare, papà torna presto” e mi fa segno di andare.

Io esco salutando e mentre la porta si chiude, sento il pianto di chi viene abbandonato in mezzo ad una strada da solo e al freddo.

E lei ripete: “Papà?”

E la mia signora la consola dicendo: “è al lavoro”

E lei tirando su col naso dice: “Ciao” che vuol dire sia ho capito che non ho capito ma mi fido

E io vorrei rientrare e dire: sorpresa,sono qui! Ma non posso e da dietro la porta, l’unica cosa che faccio ogni sera è dire a bassa voce semplicemente “Ciao”.

Che può voler dire ora papà torna o ti voglio un bene dell’anima.

Ciao.

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L’importanza di chiamarsi papà

L’altro giorno stavo portando Selina dai miei genitori.

La lascio in quella che un tempo era camera mia, e le dico: “Ora ti lascio con nonno.”

Poi mi giro e salutando dico: “Ciao papà.”

E penso.

In 33 anni (e per i prossimi 1000 anni) io non ho mai chiamato mio padre per nome.

Non ho mai detto: “Ciao Giovanni (il suo vero nome)” e mai lo dirò, se non consideriamo gravi discussioni.

E penso.

Che mia figlia non mi chiamerà mai per nome.

Io per lei ho cancellato il mio vecchio nome e ne ho preso uno nuovo.

Anche a 90 anni, mi continuerà a chiamare papà.

Patrizio non c’;è più.

O almeno quel Patrizio non c’è più e ce ne è uno nuovo.

Uno per tutti gli altri, e papà per mia figlia.

In questo senso è come dire di essere nato una seconda volta.

Avevo sentito dire da alcuni che si diventa veramente padri quando ti senti chiamare papà.

Ma non ne avevo capito il significato.

Pensavo si riferisse ad una emozione, ad un momento intenso tra voi due.

Invece è molto di più.

C’è una storiella che gira su internet; una maestra chiede ad un bambino:

“quanti anni ha tuo padre?”

e il bambino dice:

“6 anni”

“Ma come è possibile? Sarà molto più grande”

“No, è diventato papà da quando ci sono io”

Al di là della tenerezza infinita, dietro all’ingenuità c’è una verità incredibile.

E’ la nascita di un uomo nuovo.

L’annullamento di quello prima.

Mi viene sempre in mente la storia dell’agave.

La pianta dell’agave ha una particolarità: può vivere anche oltre 50 anni e arrivare a notevolidimensioni, ma produce un solo fiore.

Dopo di che, muore.

Usa tutta la sua forza e tutte le sue risorse per far crescere quell’unico fiore, per poi lasciarsi andare e morire.

Quel fiore è di una bellezza rara e può arrivare anche ai 5 metri di altezza.

Ma mi ha sempre fatto strano pensare ad una pianta che cresce in solitaria per poi annullarsi completamente.

Mi chiedevo perchè, pur sapendo di fare questa fine, l’agave avesse voglia di annullarsi così.

Certo, è una pianta, ma conosco tanta gente che non va molto al di là.

Quello che ho capito ora, è che non muore veramente, muore quella che chiamiamo agave, per farnascere una nuova pianta che darà vita a nuovi fiori.

Un uomo quando fa un figlio non si annulla ma cambia e si trasforma, diventando un’altra persona.

Grazie Selina, per avermi fatto nascere papà.