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Guardami papà

Da un pò di tempo a questa parte Selina richiama la mia attenzione.
Costantemente.
Continua a dire: “Guanda (la R è ancora problematica) papà”
Per tutto.
Ogni singola cosa che fa, dal fare le costruzioni al salire sul divano è uno show personale.
All’inzio era un piacere infinito, mia figlia che chiama me per sentirsi dire che è brava.
Poi però subentra la noia.
Lei va in loop su alcune cose, ma pretende la stessa identica attenzione della prima volta.
Io invece dopo un pò inizio a scemare di volontà.
Mentre invece lo so che è un modo per dire che mi vuol bene.
E’ la sua forma di affetto, il suo dire: papà, non so fare altro se non imparare da te, ti piace quello che faccio?
E’ veramente difficile stare sempre sul pezzo, esaltarsi per ogni singola cosa e ripetere questa operazione 30 volte in mezz’ora.
Ma di questo si tratta.
Di attenzioni.
Siamo artefici della creazione dei nostri figli, della loro autostima, del sapere che c’è qualcuno che li guarda e li asseconda.
Non è tanto il fare la costruzione, ma il sapere che papà c’è sempre; pensare che ad ogni conquista ci sarà qualcuno a dirti bravo, continua così, ancora un passo, uno solo, l’ultimo.
A non sentirsi soli.
A non dover combattere contro i mostri che abbiamo dentro, che non ci fanno sentire all’altezza di quello che facciamo.
Perchè quando da piccoli abbiamo detto: papà, guarda che faccio.
La risposta è stata: si, ti sto guardando.
Mentre leggevano il giornale.
Sembrano piccole cose, minuscole, insensate.
Ma è ora che si mettono le basi per quello che saranno, per l’uomo e la donna di domani.
E allora faccio un bel respiro, lascio il pc e quando mi dice: “guarda papà”, io la guardo intensamente e con il mio sorriso più grande dico: “ma sei bravissima”.
Anche se è la 32° volta che fa la stessa cosa.

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Chi porta a spasso chi?

CHI PORTA A SPASSO CHI?
Arriviamo al parco.
Bello, attrezzato, con tanti giochi.
C’è uno scivolo per i piccoli, uno per i più grandicelli e poi c’è quello enorme.
Ci sono le altalene.
C’è un percorso dove si passa in un tubo, poi per le scale e giù dalla corda.
Insomma c’è un po’ di tutto.
Arriviamo al parco e Selina inizia a giocare con i sassolini per strada.
“Amore, guarda, c’è l’altalena”
“Uh, papà, guarda belli sassi”
“Si amore, sono belli, ma non vuoi fare lo scivolo?”
“Ecco qui, uno per papà”
E mi da un sasso.
Cerco di tirarla su ma lei è saldamente ancorata a terra con la volontà di dividere i sassi più grandi da quelli più piccoli.
Poi mi fermo.
E ci penso.
Perchè dovrei portarla via?
Siamo venuti per giocare, e lei sta giocando.
Perchè a volte ci incastriamo nel dover far fare ai nostri figli qualcosa?
Forse perchè vorremmo farla noi?
Vedo mamme dire ai figli: dai basta giocare con lo scivolo, andiamo sull’altalena.
E bambini piagnucolare solo perchè non sanno dire: perchè non posso stare qui?
Intanto Selina gioca con i sassi come pollicino, spargendoli tutto intorno a lei, e ride.
Proiettiamo su di loro una nostra volontà, credendo di fare il loro bene non ascoltiamo quello che vogliono.
Compriamo per loro bambole e macchinine e li vediamo giocare con le scatole.
E buttiamo le scatole, togliendole dalle loro mani, perchè “ora te l’ho comprato, giocaci”.
Ma se invece il gioco fosse più semplice?
Se tutto fosse più facile?
Alla fine una bambola è una bambola, una scatola invece è un mondo di cose.
Può diventare un casco da astronauta, una macchina, una capanna, un dinosauro.
Una altalena è divertente, ma vuoi mettere con i miliardi di sassi tutti diversi che ci sono qui intorno?
Ci manca l’ascolto, sentire cosa vogliono e non imporre cosa vorremmo.
Non si tratta di “io so cosa è meglio per mio figlio”, non parlo di regole di vita.
Ma di semplice gioco.
E in questo i bambini sono maestri.
E la regola è una soltanto:
Si gioca, ma si gioca seriamente.
p.s.: se ti è piaciuto, ti va di condividerlo?

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Due anni

Due anni.
Due anni nella nostra vita.
Due anni di insonnia, risate, cacca, pappe, lacrime, emozioni, ninne e abbracci.
Due anni di te.
Auguri amore mio.

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SIAMO TUTTI ORSO

SIAMO TUTTI ORSO
C’è questo cartone, Masha e Orso che sta spopolando tra i più piccoli.

È diventato una icona soprattutto per il merchandising che ci si è creato intorno.

È normale, come per tutti i cartoni.

Ma credo che oltre alla favoletta, questa volta ci sia qualcosa di più.

Andiamo ad analizzarlo.

In realtà questa non è la storia di Masha, bensì la storia di un orso single, non più giovane bamboccione che si è ritirato dal mondo dello spettacolo (faceva il giocoliere in un circo) e ora vive la sua solitudine in mezzo al bosco.

Non vuole responsabilità.

Non vuole crescere.

Non vuole limiti.

Quando incontra Masha all’inizio non la vuole. La caccia via e tenta di portarla il più lontano possibile da se.

Masha rappresenta le sue responsabilità, la sua crescita e lui giustamente se ne vuole allontanare. 

Ma ad un tratto, quando cala la notte e fuori è buio (come canta tiziano ferro) i sensi di colpa si fanno sentire e allora orso esce a recuperare Masha, a riprendere se stesso.
Da qui ogni puntata è una sfumatura di orso che impara ad essere padre e madre allo stesso tempo.

Non fa come gli altri cartoni animati: orso si incazza con Masha, la sgrida, urla, la mette in punizione (salvo poi sciogliersi e perdonarla per giocare di nuovo insieme).

Orso preferisce vedere la partita di calcio invece di giocare con lei.

Preferisce fingersi malato piuttosto che starle dietro.

Lui le insegna a cucinare, a cucire i vestiti e a suonare il piano, ma lei non vuole saperne.

Fino a che un giorno non trovano un uovo misterioso nel bosco.

Ed è li che Orso capisce.

Capisce di non essere più quell orso che era un tempo, e da ascolto a Masha (cioè alle sue responsabilità) mettendosi a covare questo uovo.

Quando si schiude, ne esce un Pinguino, ed è proprio Masha a sottolineare la cosa dicendo: “ah, allora è così che si diventa papà”.

Orso cura il Pinguino, lo sfama e lo coccola finché non capisce che deve aiutarlo a tornare a casa sua.

Gli costruisce un aereo e lo rimanda al Polo Sud.

È cresciuto orso. 

Sta capendo cosa significhi essere un padre, per di più single.

Ogni tanto ci prova con una Orsa che gira li intorno, ma è troppo timido ed impacciato, e toccherà a Masha (la sua guida) cercare di farli avvicinare.

Poco prima della catarsi finale, il Pinguino-figlio-adottivo torna.

È cresciuto. 

E quello che andava bene un tempo, ora è diventato noioso.

Vuol giocare con Masha, il Pinguino.

Non vuole ascoltare le regole di papà orso.

Non vuole farsi la foto ricordo.

Masha lo capisce e nel suo modo di giocare, attacca il Pinguino che cerca di nuovo protezione in orso.

Che capisce finalmente cosa voglia dire esser padre.

Da questo momento orso è completo.

E Masha può crescere liberamente.

Può andare a trovare la sua cuginetta in città.

Orso cerca di trattenerla ma ormai sa che il suo percorso è finito.

Masha gli ha dato tutti gli strumenti per diventare grande.
Forse è proprio questo che fa un figlio.

Prima si diceva che quando si era grandi, si faceva un figlio.

Ora si fa un figlio per diventare grandi.

Non so quale sia la verità.

So solo che Selina mi sta insegnando tutto.

E che ogni volta che vedo l’ultima puntata di Masha e Orso, piango regolarmente.

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Mille bolle blu

Ora Selina parla.
Comunica.
Si fa capire.
Fa capire al mondo cosa le piace, ma soprattutto cosa non le piace.
Non le piace fare il bagnetto.
Per niente.
Ma non che le da fastidio.
Si fa venire degli attacchi di panico, già da quando sente l’acqua scorrere nel bagno, e lei si trova nell’altra stanza.
Già da quando penso: ok, ora le faccio il bagnetto.
Lei mi guarda e mi dice: “no, papà. Domani”
Giuro, lo ha detto ieri.
Domani.
Come se già capisse la distinsione dei giorni.
Come se sapesse che il bagno è cosa male.
Come se cercasse di blandirmi in qualche modo.
Tanto è che prova a distrarmi.
“Papà, come fa la mucca?”
“Mu.. ma Selina, dobbiamo fare il bagno”
“Si, certo. Come fa la rana?”
“Cra cra… dai Selina…”
“Domani, domani…. uh, la macchina grande”
E va avanti così, finchè non mi alzo e apro l’acqua della vasca.
E lei apre l’acqua dei dotti lacrimali.
La portata del getto che esce dal rubinetto del bagno è identica a quella che sgorga dagli occhi di mia figlia.
Un pianto ancestrale, disperato, atavico.
I delfini si spiaggiano richiamati da questo pianto che sembra un richiamo d’amore.
Tutti di corsa a dar consigli:
Mettila a testa in giù.
Io la mia la tenevo stretta.
Fai il bagno con lei.
Dovete essere in due, uno la distrae, uno le tiene la testa, uno le bagna i capelli….
L’unica cosa che provo a fare è cercare di consolarla.
“Amore, bisogna fare il bagno, è una cosa bella, non succede nulla. Proviamo a giocare nell’acqua.”
Butto dentro le costruzioni, la paperella, i peluche che poi tiro subito fuori perchè si inzuppano inutilmente, padelle e pentole.
Tutto quello che può distrarla.
Poi lo faccio.
Chiudo occhi e orecchie e la metto nell’acqua.
Poi la tiro fuori e mi ricordo di spogliarla.
Poi la rimetto dentro con effetto bustina da the.
Si ferma.
Credo si stia fingendo morta.
Vede i giochi e accenna un sorriso, poi si ricorda del nemico acqua e piange di nuovo, ma la paperella è colorata e si avvicina, con circospezione ma si avvicina.
“Papà, come fa il cane?” con un tono un po’ piagnucoloso, mentre prende le costruzioni in mano.
“Bau amore”
“E il panda?”
Panico.
Lei incalza.
“Come fa il panda?”
“Amore, non lo so”
Una lacrima sta per scendere.
“Panda…?”
“Emmm…. tu tuttuu aaaa”
“….”
“Si, tu tuttuuu aaaa”
“Certo, certo.”
E si rilassa.
Inizia a giocare con le padelle e con l’acqua. Prende confidenza e accenna un sorriso.
Quando devo tirarla fuori, la vedo triste perchè vuole continuare a giocare.
È fatta, penso.
Abbiamo superato lo scoglio del bagnetto.
“Amore, ti è piaciuto?”
“Si”
“Domani lo rifacciamo?”
Stormi di uccelli contemporaneamente scappano dagli alberi intorno a casa, mentre le urla di Selina
risuonano per tutto il quartiere.

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MA COME LA VESTI?

Ti svegli una mattina e senti che qualcosa non va.
Un brivido ti passa lungo la schiena, anche se non hai ancora aperto gli occhi.
Ti alzi, controlli in giro e tutto ti sembra normale.
Tua figlia dorme nel suo lettino e la tua signora sta…

forse è in bagno.
Bussi.
Niente.
Sicuramente è in cucina.
Niente.
Ti guardi intorno e trovi un bigliettino sul tavolo: sono uscita, vesti la piccola e raggiungetemi.
Vesti la piccola
vesti la picc…
vesti la….
ve….
Un urlo squarcia il silenzio del tuo quartiere e simultaneamente tutti i gli uccelli scappano da quella fonte di pericolo.
Tu, uomo comune che vi vesti lanciandoti nell’armadio e uscendone con degli abbinamenti che non sono legali in molti stati.
Tu che finchè una maglia non è consierata tossica continui ad indossarla perchè un in mezzo alla strada ti ha detto: ah bello.
Tu che continui a mettere i calzini spaiati semplicemente perchè ti stanchi di cercare di accoppiarli.
Proprio tu, hai in mano il destino della moda di tua figlia.
Certo, si tratta solo di vestirla per uscire, ma queste sono le cose che ti segnano per sempre.
Immagino lei dallo psicologo, vestita con la cresta verde e una tuta da astronauta con stampati sopra i teletubbies, dire: “sa, un giorno mio padre mi ha vestita e…”
Ok, niente panico.

Ci sono tre cose che devi ricordare:

1 – Per prima cosa devi controllare il tipo di pigiama che le ha messo la tua signora per la notte.
Tu non fai testo perchè estate e inverno usi la stessa maglia e pantalone che ti ha fatto zia Iole a natale.
Se il pigiama di tua figlia è felpato, metti una felpa, se è cotone, metti cotone.
Dovrebbe essere semplice.
Cerca qualcosa dello stesso tessuto, oppure in alternativa esci col pigiama.

2 – Controlla il vestito che le hai tolto la sera prima.
Non dovrebbe essere cambiato troppo il clima dalla sera prima ad ora, quindi puoi provare a rimetterle il vestito di ieri o qualcosa che le somiglia.
Ti guardi intorno e non riesci a trovarlo.
Guardi nel cestino dei panni sporchi, niente.
Forse ha fatto la lavatrice stamattina.
Prendi il cellulare e cerchi foto di ieri.
Fai foto a tua figlia per ogni cosa: sullo scivolo, mentre mangia un cornetto, mentre corre dentro casa.
Ma ieri no.
Ieri vuoto.
Aspetta.
C’è una foto di te in macchina e lei dietro in un angolo sul seggiolino.
Come CSI cerchi di ingrandire ma esce solo una macchia scura sfocata.
Sei tentato di chiamare il tuo amico haker per farti fare un ingrandimento, ma desisti.

3 – Ricorda quello che hai sentito in anni di programmi di moda che vede la tua signora. Mentre tu lavori, cerca di ricordare quello che sentivi dire in televisione da gente vestita come un salame alla festa del raccolto.
Blu e marrone perfetto cafone. Ora lo so che la rima è su marrone/cafone quindi ogni colore va bene, ma non l’ho creato io questo detto.
Righe e pallini no. Altrimenti rischi di fare l’effetto televisore anni ’80 che non prende.
Calzini di spugna con i sandali no, ma questo lo sapevi anche tu senza dover sentire i geni della moda
L’ultimo bottone del gilet non si abbottona. Ok, questo non serve per la bimba ma è sempre utile saperlo.

Perfetto, i tuoi rudimenti sulla moda sono praticamente inutili.
Anche perchè qualunque sarà la tua scelta, la tua signora, trasformandosi in enzo miccio, dirà: ma come l’hai vestita? Adesso devo cambiarla.

Lei si sveglia, ormai ci sei, non hai più molto tempo.
Allunghi il tempo delle coccole, giochi con lei come non facevi da tempo.
Ma i vestiti sono li.
E ti guardano.
Prendi un bel respiro e fai di testa tua.
Le metti una tuta, che fa sempre comodo, tu ci vivi in tuta.
Una maglia con la scritta Rock, che hai comprato tempo fa ma che non le hai mai messo.
Un maglioncino rosa, perchè fa freddo e perchè è una femminuccia quindi il rosa ci sta.
La guardi e nell’insieme sembra un misto tra Jennifer Beals di Flashdance e zia Iole, quella che ti regala i pigiami.
Ma è troppo tardi per cambiare, devi uscire.
La guardi.
Amore scusami, le dici.
Non andare dallo psicologo per questo.
Io ti amo, vestita in qualunque modo.
Lei tu guarda.
E ti fa quel sorriso che ti scioglie.
Come a dire: papà di moda non capisci una sega, ma ti amo anche per questo.
Uscite mano nella mano e tutti vi guardano.
Lo sapevi di aver sbagliato qualcosa.
Ma tutti guardano te, non lei.
Anche perchè nella fretta tu sei vestito con le prime cose che hai trovato.
E le prime cose sono quelle della tua signora.

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San Valentino

San Valentino è la festa degli innamorati, non di chi è fidanzato.
Quindi quest anno ho due donne a cui fare gli auguri.

Mi alzo presto, preparo la colazione e metto da una parte caffè e una rosa, dall’altra biberon con il latte e una margherita.

Seduto nella penombra dell’alba che sale, mi metto a pensare a quando qualcuno ti preparerà la colazione e ti fare dei regali. Una sorpresa e una cena fuori. Una rosa e la portiera aperta della macchina.

C’è una cosa che mi ha fatto sentire grande, quando ero ancora piccolo: la prima volta che ho pagato io il pranzo a mia madre. Eravamo insieme, non ricordo perchè solo noi due, e stavamo mangiando fuori. Mi sono alzato facendo finta di andare in bagno, sono andato in cassa e ho pagato per tutti e due. Soldi presi da un lavoro estivo che avevo fatto. Miei, sudati, meritati. E li ho usati nel modo migliore.

E mi viene da pensare a quando pranzeremo insieme e tu dirai: no, papà, pago io.

E non so se riuscirò a resistere, primo perchè non ti farò mai pagare nulla (perchè sei la mia principessa) e secondo perchè sarai veramente diventata grande e ti vedrò per quella che sei: una donna.

Sento che ti giri nel letto, il tempo dei pensieri è quasi finito.

Ma non il tempo delle coccole.

Mi alzo, prendo un biscotto e lo schiaccio per bene fino a farlo diventare polvere, e te lo metto nel biberon.

Oggi ti vizio, facciamo due biscotti.

Non torneranno più questi momenti, ce ne saranno mille altri, ma ora mi godo il tuo sorriso quando apri la porta e dici: papà.

E io mi sento a San Valentino tutti i giorni.

Auguri.

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Questo glielo ho insegnato io

In questa fase, Selina è una spugna e apprende ogni parola che sente in giro.

E ognuno vuol prendersi il merito di aver insegnato questo o quel concetto.

Un giorno Selina si gira, mi guarda e mi dice: “Ciao amore.”

E niente.

Io sono morto e rinato in quel momento.

Distrutto.

Annientato.

Vado verso la mia signora e le dico tutto felice: “Mi ha detto ciao amore!”

E lei, con aria di sufficienza e di superiorità mi dice: “Oh, si, glielo ho insegnato io.”

Smontato e un pò abbattuto, chiamo mia madre e ripropongo la scena di prima.

Mamma, tua nipote ha detto Ciao Amore.

E lei: “Ah si, glilo ho insegnato io l’altro giorno.”

Non capisco, ma soprattutto non capisco perche’ tutti si vogliano prendere il merito senza esaltare il fatto che la bambina a 18 mesi abbia detto una frase del genere.

Allora triste e solitario vado da Selina, la prendo in braccio e le dico: ciao amore, sei bravissima a dire tutte queste cose.

Lei mi guarda come solo una figlia innamorata del padre puo’ guardarti e mi dice: “cazzo.”

“Scusa amore?”

E lei, tronfia della sua nuova parola, ribadisce il concetto di cui sopra: “cazzo!”

E io invece di sconvolgermi, inizio a ridere e gongolare, non tanto per il concetto in se, ma perche’ pregusto lo scambio di accuse che voleranno a casa per chi NON vorrà prendersi la responsabilita’ di dire: questo non glielo ho insegnato io!!!

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Il trasloco

Lo abbiamo rimandato fino all’ultimo.

Abbiamo fatto finta di niente, ma quel giorno è arrivato.

Bisogna cambiare casa.

Ormai Selina sta crescendo e stare tutti nella stessa cameretta è diventato impossibile.

Lei ha già molte più scarpe di me, tre volte i miei vestiti e occupa praticamente tutto un letto matrimoniale.

Quindi urge un cambio di vita.

Chiamo una ditta per le cose più grandi e faccio avanti e indietro con le mille scatole che ho preparato.

Credo che la roba si auto riproduca, perché più me tolgo e più ne trovo in giro per casa.

Quando arriviamo a casa nuova, non c’è ancora nulla. Pacchi su pacchi di roba messa a caso. Non trovo un cambio neanche a pagarlo. Ormai da Ikea mi chiamano per nome e mi salutano.

E poi entra lei.

Selina si guarda intorno e dice: eraviglioso (sarebbe meraviglioso, ma la M da ancora difficoltà).

Corre e gira per stanze che non conosce, si butta a terra e esplora ogni angolo.

Poi si ferma e mi guarda.

– Papà.

– Dimmi amore

– Andiamo casa?

– Amore, questa sarà casa per un po’.

– Certo certo. (È il suo modo di dirmi che ha capito).

Si gira e se ne va con il suo peluche sotto braccio. Ma non la vedo soddisfatta.

Dopo poco torna e dice:

– Ora casa?

E qualcosa in me fa crack.

– Amore, quella casa non c’è più. Ora staremo qui.

– Certo certo.

E sgambetta via.

Quando arriva la sera, la mettiamo a letto e poco prima di addormentarsi con la bocca impastata di sonno dice:

– Papà mio. Mamma mia. Casa qui.

E si addormenta.

Ora si che ci siamo veramente trasferiti.

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Bacino

Mi faccio un piccolo taglio mentre lavo i piatti.

Un bicchiere scivola e finisce sul dito.

Io alla vista del sangue mi sciolgo come burro al sole e sto per svenire.

Mi giro e vedo Selina che mi guarda e ritrovo subito le energie, almeno per far finta di niente fino alla porta del bagno.

Una volta dentro mi smonto come un sufflè e devo reggermi al lavandino, ma stoicamente riesco ad arrivare dell’armadietto dei medicinali e prendere con sprezzo del pericolo l’acqua ossigenata e un cerotto.

Medicato come rambo in mezzo alla giungla, esco dal bagno senza poter più contare sull’utilizzo di un dito. Ormai credo che la mano sia irrimediabilmente compromessa. Già mi vedo a non poter più fare carezze o scrivere il mio libro.

(Ovviamente mi sono fatto un graffietto che non è arrivato neanche a prendere il primo strato di epidermide)

Uscito dal bagno mi trovo Selina che guarda il mio cerotto e dice:

“Erotto… bua.”

“Si, amore, papà si è fatto la bua”

“Uuhhh…. bacino”

E mi da un bacio sulla mano.

“Meglio?”

E io mi sciolgo come burro al sole ma questa volta con un sorriso sulle labbra che mi fa sentire forte come non mai.

“Si amore, papà sta meglio…”